A proposito di Schmidt

di Francesca Petrocelli | Category: Archivio Cinema Rating: RC dialoghi, tematiche

★★
Tic-tac, tic-tac, tic-tac… l’impiegato di concetto Warren Schmidt (Jack Nicholson) si alza dalla poltrona del proprio ufficio, solleva la valigetta dalla propria scrivania e chiude dietro di sé la “porta” del lavoro.
Inizia così il terzo film di Alexander Payne, una sorta di documentario della lenta decadenza di quello che vuole essere, in realtà, l’icona dell’uomo borghese di questo XXI secolo.

La pellicola è interamente costruita su un grande Jack Nicholson che, nei panni di Schmidt, dà vita ad una delle sue più coraggiose e riuscite interpretazioni. Siamo probabilmente lontani dal Jack pazzo e giullare di Batman, dal personaggio “diabolico” di Shining, dal seduttore incallito de Il postino suona sempre due volte, ma in questo singolare lungometraggio emerge il coraggio di un grande artista che, vestendo i panni di un sessantaseienne sul “viale del tramonto”, confessa ormai di essere un attore di terza età, mostrando allo spettatore il lento disfacimento del proprio corpo, il peso dei propri anni ed atteggiamenti sempre più goffi e impacciati.

Un trapasso cinematografico che sembra aver molto segnato l’attore: “In questo film sono rimasto nel mio personaggio per 12 ore al giorno, trasformando completamente il mio fisico…ogni volta che mi guardavo allo specchio mi chiedevo se sarei mai tornato come prima.”

Ma Warren Schmidt ribadisce la leggenda hollywoodiana di questo titano dello schermo che, attraverso un’inimitabile mimica facciale, riesce maestralmente ad “assorbire” le lunghe pause della pellicola negli sguardi, nei gesti e nelle espressioni di quel volto camaleontico, che con la sua ineguagliabile e sottile ironia ha dato spessore artistico a innumerevoli personaggi.

Alla corte di Nicholson un cast che di reale ha veramente ben poco, come dimostra l’appena discreta interpretazione di Hope Davis. Unica eccezione per Kathy Bates – candidata a miglior attrice non protagonista – interprete di una consuocera post-hippy che, per elogiare la potenza del sesso e della libertà, non ha paura di mostrare, in maniera simpaticamente sfacciata, il proprio corpo “indiscutibilmente” sfatto.

Nonostante la sceneggiatura vanti numerose frecce al proprio arco, l’opera di Payne perde colpi fin dalle prime scene. Il ritmo della pellicola, terribilmente lento – soprattutto nella prima parte – anche se comprensibile e probabilmente imprescindibile dall’anima del testo, priva il “silenzio cinematografico” del suo linguaggio, rendendolo muto. Povera, quasi nulla, la tensione emotiva relegata a sporadici momenti, che se pur apprezzabili, lasciano il tempo che trovano. A farne le spese, purtroppo, un affilata satira che il regista, grazie alla “complicità” di Jack, riesce in alcuni tratti a far emergere brillantemente, ma che va ad urtare una drammaticità surreale – obiettivo dello stesso Payne – che purtroppo non contagia.

Da un lato, una surrealità priva di magia. Dall’altro, una drammaticità dal fuoco spento, in virtù di un ibrido che lascia lo spettatore con un indesiderato amaro in bocca. Un film in cui si conferma indiscutibilmente la grandezza di un artista, ma che personalmente ed in tutta sincerità non consiglierei.

Titolo originale: About Schmidt
Anno: 2002
Regia: Alexander Payne
Sceneggiatura:
Interpreti: Jack Nicholson, Hope Davis, Kathy Bates
Durata:125’

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venerdì 29 gennaio 2010


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